‘Le crisi e le avversità spesso diventano occasione di crescita interiore…’

A volte penso che sia stato il mio piccolo Pietro a farmi calzare le mie prime scarpe da corsa. Probabilmente le conservo ancora.

Di certo non avrei mai immaginato che con quelle o con altre avrei percorso tutti quei chilometri.

Passi difficili, a volte tentennanti, a volte dubbiosi ma poi sempre più convinti e sorridenti.

I primi chilometri di corsa li ho percorsi intorno a casa mia, isolato dopo isolato. Ogni passo in più era un piccolo traguardo. La mia prima vittoria, quella che mi stava facendo vincere la  sfida più importante, quella con me stesso e con una vita che dovevo e volevo cominciare a ri-costruire.

Lo dovevo a me, a mia moglie Enrica, a mio figlio Riccardo, a Emma che nel frattempo era arrivata a illuminare il nostro difficile orizzonte (poi sarebbe arrivaPietro.jpgto anche Michele).

A volte  ci si trova di fronte a cose inspiegabili che un uomo e soprattutto un genitore non dovrebbe mai vivere. La morte di un figlio ti distrugge, ti mette al muro.

Pietro ci ha lasciato a soli sei anni per una malformazione artero-venosa alla base del cervelletto.

Ha lottato duramente, con ingenua e inconsapevole forza. La stessa forza che a  volte riusciva a trasmettere a me e alla quale mi sono attaccato per trovare il coraggio di non farmi inghiottire da quel muro di disperazione.

E allora accade che si riesca a ripartire proprio da ‘lì, da quel lì che ti ha distrutto e da lì si trovi la forza di rimettersi in gioco, di rinascere come Persona e come Uomo.

Ero a un bivio. Pigro, fortemente sovrappeso, fumavo (ebbene sì). 562041_10151093162356748_450003542_n

Ho cominciato a seguire un regime alimentare che ben presto mi ha fatto perdere i primi kg e ho cominciato ad alzarmi dal mio divano, piacevole compagno di pigrizia per molti, troppi anni.

Il mio primo pettorale era di plastica.

Lo ricordo con tenerezza. Era l’aprile del 2012 e anche se sapevo che non ero assolutamente pronto mi sono iscritto alla ‘non competitiva’ di Milano (la Stramilano).

I primi dieci km, un sacco di gente, passeggini, palloncini colorati. E anche io ero lì con il mio carico di orgoglio e di emozione. Mi sembrava di avere tutti gli occhi addosso. Naturalmente non era così.

Forse (anzi sicuramente) di occhietti ne avevo solo due puntati su di me. Erano piccoli e vispi. Ma li vedevo solo io. Pietro era lì,  con il mio stesso pettorale di carta,  e quando dopo quasi un km e mezzo non ce la facevo già più, mi ha preso per mano e ‘spronato’ a continuare, a non mollare perché insieme avremmo dovuto raggiungere il primo di altri obiettivi.

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E così è stato….dopo chilometri che sembravano eterni sono arrivato all’Arena di Milano dove mi aspettava la mia prima piccola (ma grande) medaglia.

Subito dopo la mezza competitiva e l’anno dopo un’altra Arena. Questa volta lo scenario era un altro, era quello di Verona e i chilometri erano quarantadue (e 195!).

La mia prima maratona.

Il pettorale non era più di plastica ed era appoggiato alla mia maglia verde. Verde come la speranza, come i colori dei prati. Verde come i colori della società sportiva alla quale mi ero iscritto (DIPO Vimercate).

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Avevo smesso di fumare, avevo perso più di quaranta kg. Mi vedevo diverso. Ho cambiato taglia, modo di vestire.

È proprio vero…

il sole risorge sulle nostre vite. Anche quando non riusciamo a vederlo.

La corsa era diventata ormai parte della mia vita. Il motore che riusciva ad accendermi. Dopo ogni allenamento, nonostante la fatica mi sentivo carico e pieno di energia. Ognuno di noi può indossare un paio di scarpe e cominciare a correre. Ognuno di noi può porsi i propri  obbiettivi, piccoli o grandi che siano e tentare di raggiungerli.

Io ci ho provato e ed è così che sono arrivato al deserto….

Tra il 4 e l’11 dicembre io e Pietro, con il nostro pettorale numero sei, abbiamo partecipato alla ‘100 km of Namib Desert‘, una corsa in uno dei più belli ed antichi deserti del mondo.

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Fin da subito ho voluto che  il progetto #Run106Pietro fosse legato  a una raccolta fondi a favore della la ricerca contro il Neuroblastoma, tumore che purtroppo colpisce molti bambini. La cifra da raggiungere era forse troppo ambiziosa ma volevo,  con l’obiettivo di 21.200 euro,  dare il mio contributo alla ricerca.

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I km in realtà erano 104 ma all’arrivo della tappa conclusiva ne avrei aggiunti altri due, fino a raggiungere il numero sei. Sei come gli anni che ho vissuto con Pietro.

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È così è stato. Io e lui – insieme – abbiamo percorso tutte e quattro le tappe e ancora una volta, per mano, abbiamo calpestato la sabbia di una delle dune più alte del mondo dove hai realmente l’impressione di toccare il cielo o addirittura che il cielo tocchi te.

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E lì tra il rumore del vento non ho sentito più nulla; la fatica, la sete, il caldo  a tratti insopportabile  e persino il dolore alla gamba – che mi seguiva ormai da mesi –  come spariti, anestetizzati,  per dare finalmente spazio alle emozioni e alle lacrime (questa volta di felicità).

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Il Piccolo Principe, in una delle sue note citazioni, disse:

…. ciò che rende bello il deserto è che da qualche parte,  nasconde un pozzo …

Nel mio deserto  non ho trovato pozzi ma sicuramente ho avuto la fortuna di conoscere  tante persone che mi hanno sostenuto, seguito, e aiutato a divulgare il mio progetto,  permettendomi di completare attraverso le numerose donazioni l’obiettivo #Run106Pietro.

Grazie a tutte le Persone che mi sono state vicine e che hanno aiutato a raggiungere questo incredibile obiettivo! 

I miei “pozzi d’acqua” sono stati anche i fantastici compagni di avventura che hanno condiviso con me la 100 km del Namibia e che insieme a me, nonostante il caldo e la fatica, hanno voluto percorrere i due km in più che mi ero prefissato, quelli che erano per me ormai il simbolo dei miei giorni di uomo “di corsa” nel deserto. Quelli che mi avrebbero portato alla “mia” vittoria; perché certe gare (giusto perché siamo in ambito sportivo), si vincono con il cuore.

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Ed è con il cuore e con un gesto che vale più di mille parole (ormai simbolo di della mia  #Run106Pietro) che io e i mie compagni di avventura, mano nella mano, abbiamo tagliato il traguardo di un percorso duro, difficile ma che mi ha veramente tanto. 

Lì mi aspettava la medaglia più bella. 

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Che dire ancora?  Il deserto affascina, spaventa, attrae. Il rispetto che ti suscita ti fa comprendere quanto siamo piccoli, noi che spesso nella quotidianità ci sentiamo così grandi e invincibili.

Intorno a me c’erano il nulla e  il rumore del silenzio, scandito solo dal rumore dei miei passi.

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Quel “nulla” in cui mi trovavo sembrava – se possibile – ancora più vuoto mentre lo percorrevo e pensavo alle nostre vite sempre troppo piene. Eppure credo che poche volte nella vita mi sia sentito così vivo. Ancora una volta devo dire grazie alla passione per la corsa.

Attraverso questa passione cerco ogni giorno di sedare un dolore con il quale (aime’)  ho dovuto imparare a convivere.

Ognuno di noi ha dolori da sedare.

Ognuno di noi deve trovare la forza di andare avanti. Non esistono ricette. A volte si può tentare di stare un po’ meno male indossando magari quel famoso paio di scarpe…..

Se tornerò nel deserto? Ho già in mente qualcosa…e come amo ripetere spesso…

AVANTI TUTTA!

firma

Volete organizzare una serata nella vostra città, paese, comunità*, per poter ascoltare la storia della #Run106Pietro? Scrivetemi all’indirizzo roberto.andreoli@outlook.com  per capire come fare, ma vi assicuro che è veramente semplice! 

*attualmente, per motivi di lavoro, la mia disponibilità è principalmente nel Nord Italia, ma sono aperto a valutare altre aree geografiche

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